Un'aura antica di magia


Attraverso la campagna coltivata che da Tortolì porta a Lanusei, illuminata a sprazzi dalle macchie arancioni degli alberi carichi di agrumi.

Il verde smagliante e vivido dell’erba appena nata, brilla sotto gli alberi di mimosa in fiore e i mandorli innevati di corolle; gli animali pascolano sereni attorniati da una vegetazione rigogliosa.

Da giorni la primavera rifulge in Ogliastra e rischiara di speranza ogni cosa.



Mi fermo a chiedere informazioni a una donna che raccoglie qualcosa sul bordo della strada, mi indica la direzione e coglie il mio sguardo sul mazzo di asparagi selvatici che tiene in una mano: “Così cammino e stasera mangio s'arbarau." mi dice sorridendo.

E’ il pomeriggio di un tranquillo sabato di raccolta per lei, io invece sto andando a conoscere un piccolo paese ogliastrino arroccato sulle pendici meridionali del Gennargentu, Ilbono.

Una freccia sbiadita attira la mia attenzione, sì c’è proprio scritto Nuraghe e indica una strada sterrata che si inoltra nei campi. Gli sterrati esercitano su di me un'attrazione irresistibile, farò una piccola deviazione per vedere dove conduce.

Ancora una volta l'istinto ha detto bene perchè dopo un breve tragitto mi trovo in un luogo che lascia senza fiato.



Non posso fare a meno di attraversare questa grande e gaia profusione d'oro, attenta a non calpestare i fiori, sfiorandone con le mani i capolini. Il profumo intenso e fragrante che mi avvolge è un abbraccio, un dono, la medicina per ogni male.

Man mano che procedo, la visione si arricchisce di un altro elemento di fascino, in fondo all'immenso tappeto fiorito, dietro una fila di ulivi si scorge il nuraghe.



Mi dirigo in quella direzione attraverso l'uliveto; amo gli ulivi, sacri per me come lo erano per gli antichi, simboli di pace, progenie del primo ulivo del mondo piantato da Atena.

Gli antichi erano più saggi di noi, non soltanto era proibito bruciarne il legno ma si puniva severamente chi li danneggiava.

Ecco davanti a me, al centro della scena, un magnifico esemplare dalla grande chioma argentata, mi avvicino.



E' un ulivo antico dal grande tronco rugoso seminascosto da una cascata di rami, ci giro intorno.


Da questa parte sembra tagliato a metà, una biforcazione in due parti che si fronteggiano, forse colpito da un fulmine. Deve essere stato così che un albero ha dato il fuoco all'uomo per la prima volta, e c'è di più, un dettaglio che colpisce.



Nel tronco si intravede qualcosa, mi avvicino ancora.



Sì questo ulivo ha una faccia, anzi due, che si fronteggiano nella metafora perfetta di una separazione forzata a cui è eternamente negato il ricongiungimento. Quanti miti, fiabe. leggende, hanno ispirato gli alberi, vorrei poter conoscere la storia segreta di quello che ho di fronte.

Ricordo all'improvviso una frase di Herman Hesse " Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, conosce la verità."

Rimuginando questi pensieri, proseguo il cammino fino al nuraghe.



E' costruito su un torrione granitico e deve essere alto più o meno cinque metri.

Come gli altri settemila nuraghe della Sardegna, questa casa-fortezza preistorica, è costruita con pietre sovrapposte senza alcun uso di malta.



Questo territorio è pervaso da un'aura antica di magia; rocce e piante tessono insieme lo scenario incantato dove cinquemila anni fa una comunità si incontrava in questi salotti naturali, sedeva sui sassi morbidi di muschio e abitava delle minuscole case scavate nella pietra che qui chiamano Domus de Janas, le case delle fate.



Mi aggiro respirando questa bellezza con grande rispetto e la sensazione forte di essere ospite in casa altrui, scrutata da sguardi invisibili.



Amo le pietre, a dispetto del razionalismo scientifico, le vedo come totem, come entità naturali cariche di codici iniziatici. Da milioni di anni cerchiamo nelle pietre, abitate come tutta la natura da energie e forze arcane, una proiezione alchemica della nostra anima.



Porticine , passaggi, fessure nella roccia, tutto parla di rifugio, casa, tomba.



Le piante crescono rigogliose adattandosi alla pietra, creando composizioni naturali dove la sinergia delle loro forme ammalia e rasserena.



Alzo gli occhi verso un agglomerato di rocce e di nuovo decifro qualcosa.



Che sia una faccia dormiente quella che vedo lassù?


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