Un mondo da scoprire

Davanti alla grande mappa della Sardegna appesa nella cucina di Bruno e Leonardo, sto decidendo la prossima tappa per dividere in due il tragitto da Castelsardo a Cagliari. Punto il dito su un cerchietto nero dal nome difficile, Paulilatino e decido di fermarmi lì, avrò anche l'occasione di conoscere qualcosa dell’interno dell’isola, dove non sono mai stata.

Scopro un paese bellissimo, di case antiche di pietra nera, il basalto, che milioni di secoli fa era magma del vulcano Montiferru. Niente negozi e supermercati, pochissimi bar, si respira il ritmo lento di un luogo lontano anni luce dalla città, eppure Nuoro dista solo un’ora da qui.


Le vie strette del centro storico che si sviluppa intorno alla chiesa, sono illuminate a tratti dai colori che fanno parte della sua storia, l’arancio, il turchese, il giallo, il rosa; sulla facciata di alcune case i tralci di vite ombreggiano la porta d’entrata, una volta tutte le case l’avevano.



Qui il tempo non corre e permette di conversare con le amiche; persino una piccola rimessa diventa salotto. Dagli usci semiaperti, vedo che ogni casa ha un giardino interno, dove alberi carichi di limoni e aranci si mescolano a fiori e piante di tutti i tipi. Anche quello di Raimonda, che mi ospita, offre la vivacità di una bouganville e l’ombra fresca di un grande fico, che si allunga verso il cielo a guardare i campi intorno al paese.



E’ una civiltà contadina questa di Paulilatino che continua anche in tempi moderni a mantenere vive le tradizioni e a custodire un patrimonio di consuetudini antiche in cui

le donne hanno sempre avuto un ruolo fondamentale.



Nei racconti di Raimonda vedo sfilare generazioni di nonne, mamme, sorelle che hanno tramandato alle più giovani l’arte del fare. I dolci, dalle forme variegate a seconda della festività, il pane sagomato in tanti modi diversi, soprattutto i cocois pintaos, le magnifiche sculture di pane fatte per gli sposi, che ogni casa possiede e mette in mostra.





Un paese, questo, ancora immune dal turismo di massa, dove il dialetto è parlato anche dai giovani e dove, proprio oggi, ci sarà la festa di Sant’Antoni de su fogu, una sorta di rito di iniziazione, in cui sarà permesso a una nuova leva di diciottenni di costruire e dar fuoco a un falò. Una festa a cui partecipa tutto il paese e dove viene offerto vino e zippole, il dolce di questa occasione e del Carnevale che comincia da ora.


Nel pomeriggio, passo davanti alla chiesa, i preparativi sono in atto; i ragazzi eccitati trasportano le fascine di lentisco che profumano l’aria, destinate al falò più piccolo.


Dall’altra parte della piazza, con altrettanto entusiasmo vengono accatastati grandi tronchi di olivastri secolari morti e foglie di palma legate dove sono scritti con gli aranci gli anni delle generazioni che partecipano alla festa. La gente comincia a farsi numerosa, le ragazze hanno coroncine di alloro sul capo, gli amici si raggruppano intorno a un organetto che suona. Percepisco dalle occhiate curiose con cui mi guardano tutti, di essere l’unica estranea in questa festa spontanea e vera, fatta da e per loro.

Nella piazza tanti ajò e gridi di esultanza collettiva, dentro la chiesa invece, dove mi rifugio per un momento, il canto corale dei fedeli che assistono alla novena per Sant’Antonio; in tutta la Sardegna, ai gesti e riti arcaici si sono sempre sovrapposti quelli religiosi.



Si dà fuoco ai falò non appena cala il buio, le fiamme alte disperdono scintille verso il campanile della chiesa.



Chiedo a un gruppetto di ragazzi se c’è un senso pagano in questa festa, mi risponde una ragazza vivace, con cui inizia una conversazione fitta. Scopro di avere incontrato un’altra viaggiatrice solitaria, appena tornata dalla Patagonia, che condivide con me l’incantesimo del pozzo di Santa Cristina al punto di averlo tatuato su di sè.

Dico sempre che i viaggi in solitaria portano messaggi o incontri specchio, ecco, Sara, questo è il suo nome, è uno specchio; mentre mi racconta gli incontri sorprendenti del suo ultimo viaggio, le dico > Eh sì, dovevamo incontrarci <

La festa intanto procede nel calore dei falò che scaldano gli animi e le guance di quelli più vicini al fuoco, si dice che questo sia il giorno in cui gli animali parlano e questo fuoco dovrebbe scaldare la terra per invogliare il ritorno della primavera e che una volta si cospargevano i campi con le ceneri dei falò come rito propiziatorio.


Oggi ripasso dalla piazza, il falò più grande sta ancora bruciando, il paese è completamente deserto, nelle case, si consuma la cena tipica della festa, pecora bollita e malloreddus con lo zafferano.


Nella bellissima casa di Raimonda dove vivo in questi giorni, ogni oggetto ha una storia, ma il cuore palpitante di tutto è il grande camino sempre acceso, dove la vita scorre tranquilla, tra visite di amiche e parenti. Le famiglie qui sono numerose e le dimensioni del paese facilitano i rapporti, ma è soprattutto l’importanza che si dà alle relazioni familiari, la connotazione più importante di questo luogo e di tutta la Sardegna. Con Raimonda, appena conosciute, c’è stata una cena nata per caso, dove la sincerità con cui ci siamo confrontate è rimasta impressa nel ricordo di entrambe; tempo dopo ce lo siamo dette e, come sempre, lei ha riso di quella sua risata allegra che trasforma ogni cosa in leggerezza.



A Paulilatino c’è un luogo straordinario, un territorio che contiene stratificazioni di storia all’interno di un contesto naturale formidabile e intriso di quella magia che qui in Sardegna non è affatto rara: l’area di Santa Cristina.



Cammino in mezzo a margherite, ciuffi di finocchietto selvatico e olivastri antichi, tra cui uno addirittura millenario, che incorniciano un complesso nuragico, a cui, nel 700, è seguita la fondazione di un complesso cristiano devozionale, composto di una chiesa e di 36 casette che si aprono solo durante la novena di Santa Cristina, per ospitare i fedeli che vi partecipano.




Al centro dell’area archeologica, uno dei più spettacolari pozzi sacri, costruito su una fonte sorgiva perenne, con una scala di 25 gradini che porta a un ambiente circolare di basalto e all’acqua. Gli archeologi definiscono quest’opera del 1000 a.c., “ Il culmine dell'architettura dei templi delle acque”.



Il culto dell’acqua come fonte di vita e di purificazione, era praticato dagli antichi popoli nuragici già 12.ooo anni fa e forse anche allora, come oggi, si credeva che chi scende fino in fondo al pozzo di Santa Cristina, si carichi di un’energia molto potente, ma non succede a tutti, quindi per scoprirlo dovrete scendere nel buio fino a toccare l’acqua.



Quando risalgo dal pozzo, trovo sul mio cammino l'albero che si dice abbia tremila anni e che sia stato diviso in tre parti da un fulmine.












Rimango seduta sulla pietra antica che c'è accanto a lui fino al tramonto.

Poi, quando il sole scende dietro l'orizzonte e tutto l'oliveto lentamente si oscura, mi rifugio davanti al camino della caffetteria del complesso, a scrivere le meraviglie che ho visto.

Conosco le ragazze simpatiche che lavorano nel sito archeologico, chiacchieriamo un po’ di tutto, poi un amico arriva con un sacchetto di castagne che cuoce sul fuoco e mentre le gustiamo, mi raccomandano di non mancare al plenilunio di giugno del 2025 perché solo allora i raggi della luna illumineranno l’acqua della sorgente e quello che accadrà.

Domani riparto ma dentro di me, come dice Sara: "Santa Cristina è per sempre".


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