La scoperta di Cea

Dalle montagne della Barbagia ritorno sulla costa quando la folla rumorosa dei turisti ha lasciato il posto ai viaggiatori in cerca di silenzio. Dopo l’aura meditativa di Ulassai, Tortolì appare come un centro iperattivo di auto, bar, negozi, addirittura un cinema in prossima riapertura. Una città che sembra troppo affaccendata per suggerire itinerari ai suoi visitatori.

Mi affido come sempre all'istinto e parto alla ricerca della “mia” spiaggia, lungo una costa che è un susseguirsi di baie. La voglia di vedere di più, e di più ancora, mi fa superare innumerevoli cale indicate da cartelli lungo la strada che si snoda nella campagna.

Dopo una curva, all’improvviso, la visione di una spiaggia immersa nella macchia mediterranea. Si chiama Cea e diventerà il mio “paradiso per sempre”.



Trovo un passaggio e la breve strada sterrata mi porta all’estremità nord di Cea, dove faraglioni di porfido rosso si innalzano dall’acqua. Cammino lungo la spiaggia con lo stupore felice di un bambino davanti a un regalo, un moto gioioso dell'anima unito a una commossa gratitudine per tanta bellezza.



L'acqua mi accoglie tiepida e cristallina, la sabbia bianca è morbida sotto i piedi. Il fondale così basso da darmi la sensazione di poter camminare nell'acqua fino al faraglione solitario che ho deciso di chiamare la Torre dei gabbiani, perchè è soprattutto lì che si rifugiano.



La brezza che spira soave da terra ha appiattito la superficie dell'acqua dove la luce disegna mille riflessi che tolgono il fiato.

Natura strabiliante. Bellezza che commuove e consola.

Qui, ora, tutto ha finalmente un senso.



Di fronte al mare un morbido profilo di colline ricoperte di vegetazione.



Il cielo è un continuo movimento di nuvole, come se qualche artista soprannaturale stia decidendo come dipingerlo; anche l'acqua cambia colore ad ogni variazione della luce che filtra dalle nuvole e accende il rosso dei faraglioni.



Il cielo sembra così grande a Cea e carico di messaggi.



Cammino fino alla fine della spiaggia dove appare un altro paesaggio: la barriera di canne che brilla ondeggiando nel vento e costeggia un ruscello che fluisce nel mare.




Alzando lo sguardo verso l’alto, posso vedere sulla collina una grande roccia e una roccetta che sembrano controllare il territorio, decido che sono il Signore di Cea e il suo cane. Tutto può essere nell'incantesimo di Cea.



Il ruscello si insinua nella sabbia fino ai faraglioni e crea una piccola laguna dominata dai giganti di pietra.



Un geologo incontrato in treno mi ha spiegato che il porfido granitico di Arbatax è una pietra magmatica di trecento milioni di anni. Nell'antichità era destinata solo agli imperatori che venivano incoronati su un trono fatto con questa pietra.




Cammino sul mio personale porfido imperiale e mi arrampico sopra ai faraglioni, non è difficile anche a piedi nudi, la roccia è abbastanza levigata e vista da vicino il suo colore ha sfumature sorprendenti che variano dal rosso al verde.



Al ritorno sulla spiaggia supero il canneto, il ruscello si apre e diventa un vero corso d'acqua.



Chiedo a un pescatore in attesa davanti alle sue canne cosa si pesca, la sua risposta in tedesco rimane sospesa nell'aria. Intuisce che non capisco e scoppia a ridere, poi si gira verso l'acqua e ricomincia a fissare immobile la lenza.

Il tempo fluisce lento come l'acqua di questo torrente.




Le ombre si allungano, è tempo di andare e ho bisogno di smaltire tante emozioni.

Riprendo l'auto, ma qualcuno mi fissa dal parabrezza.

Resto immobile per non farlo scappare e poterlo guardare bene, è un grillo e sembra fissarmi con la stessa curiosità. Rimane lì il tempo sufficiente perchè riesca a fotografarlo, è affascinante con quella sua corazza che sembra d'oro. Nel tempo ho imparato che ogni cosa ha un senso, questo animaletto, come dicono, è un segno di rinascita e fortuna.



Tornata in cima alla salita, mi fermo a contemplare il tramonto che volge al rosa.

I pensieri svaniscono e rimango a guardare finchè non si fa buio.





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