Il patriarca di Seu

Un nobile oristanese, don Efisio Carta, usava il territorio di Seu come riserva di caccia, poi negli anni 70, quando i sequestri di persona segnarono un brutto capitolo della storia sarda, fu rapito e malgrado il riscatto fosse stato pagato, non tornò mai alla sua famiglia.

Oggi Seu è un’oasi naturalistica protetta, che si estende tra la grande spiaggia di Maimoni e l’insediamento di Funtana Meiga, con una macchia mediterranea fitta che ricopre tutto il territorio e profuma di elicriso e finocchietto.

Mi avventuro sulla strada sterrata che conduce all’inizio del sentiero che porta a Seu.

F.D.R.

Una bella capanna di falasco mi riporta alla mente il racconto che mi fece tanti anni fa Zia Belledda, da cui andavo a gustare il famoso brodetto di pesce. Lungo la costa del Sinis, nei primi decenni del ‘900, c’erano lunghe file di queste case di pescatori, che divennero negli anni successivi dei villaggi molto popolati. Tutto era costruito con materiali naturali trovati sulle rive degli stagni. I pali di sostegno erano tronchi di salice e i muri e il tetto venivano realizzati intrecciando canne di palude, il falasco appunto, strette insieme con legacci di giunco. Il fuoco, sa forredda, si accendeva per terra e il fumo usciva attraverso le fascine. Oggi ne rimangono pochi esemplari, ma un ristoratore di Cabras mi ha detto che c'è ancora chi, come suo padre, conosce bene la tecnica per edificarle seguendo i precetti tradizionali.


Qualche giorno fa, nel delizioso "Localino" di Maura, a Oristano, tra una zuppa di ceci, preziosa ricetta della nonna e un pane profumato fatto con farine antiche e lievito madre, ho scoperto un libro bellissimo, Suantu Giuanni e Turri e' Seu. Ho conosciuto anche l'autore, Bruno Brovelli, un poeta traboccante di vita e un testimone prezioso della storia di questo territorio.



Supero la capanna con l'immagine di quel mondo antico che la sua poetica ha tratteggiato con la bellezza della semplicità. Il sentiero procede lungo le falesie sulle cale, dove i cumuli di alghe sono così alte da sembrare degli scogli.

Percorro con prudenza il sentiero che segue da vicino questi bordi, sperando che non crollino sotto il mio peso.

Poi il percorso si fa molto stretto, mi distraggo guardando le chiazze viola del rosmarino fiorito e profumatissimo, ma gli arbusti bassi si impigliano nei pantaloni, pungono le caviglie, Non demordo e continuo fino a quando il cammino passa attraverso due muri invalicabili di lentischi e ginepri, più alti di me, che mi stringono nel sentiero molto angusto. Proseguo, ora sono le spalle e lo zaino a subire gli strappi di quelli che sembrano dei muri di protezione di un mondo irraggiungibile.

Finalmente il labirinto si apre a un incrocio di sentieri, decido di andare a sinistra e lascio una traccia per ritrovare la via da dove sono venuta. Mi è successo anni fa di perdermi in un bosco e non è stato affatto piacevole.

Il premio al mio spirito di avventura è a pochi passi: una piccola radura dove al centro domina la scena un imponente pino d’Aleppo. Sono emozionata mentre mi avvicino al gigante secolare profumato di resina, opera d’arte vivente della natura che arriva da un tempo così lontano.

Una presenza forte, non solo per le sue dimensioni, la corteccia è spessa e i rami nodosi, di cui alcuni rasentano il terreno: mi ci sdraio sopra, guardo in alto la sua chioma che ondeggia nel vento, respiro con lui.

Quasi mi addormento, poi mi accorgo che posso anche arrampicarmi sul suo tronco, non è difficile, devo solo vincere le vertigini. Da lassù lo sguardo ha un distacco insolito dalle cose.

Sono in una sorta di rilassata beatitudine quando vedo in basso sgattaiolare un animaletto, lo metto a fuoco, sì è una donnola, la prima che vedo nella mia vita. E’ uscita da un mucchio di rami sul terreno e procede a piccoli balzi, guardinga e leggera, posso sentire intorno a lei, quell’alone misterioso del mondo selvatico. Sono in un luogo davvero incontaminato, sorrido tra me e me, riprendo il cammino.

La magia della luce soffusa della foresta mi avvolge, comprendo le antiche credenze per cui i boschi erano abitati da divinità e dagli spiriti degli antenati e per questo considerati luoghi occulti e misteriosi.

Quando si cammina da soli in un bosco, la mente lascia il posto ai sensi, si è completamente aperti alla vita e per questo, forse, più vulnerabili ad ogni interferenza umana. Non appena nel sentiero stretto, appare da lontano un uomo con un bastone che cammina spedito verso di me, non posso non trasalire.


Ci fermiamo entrambi un po’ sorpresi, guardandoci in silenzio, poi una risatina in sincrono rompe il ghiaccio.

> Sì quel sentiero prosegue fino alla torre costiera... No gli alberi monumentali sono solo in quella parte di foresta che ho appena lasciato.... Sì sono da sola <

Parole essenziali, vogliamo entrambi rientrare nel nostro stato privilegiato di viaggiatori solitari.

Attraverso la macchia, arrivo alla torre di avvistamento spagnola, Turr’e Seu. La vista da qui spazia fino al faro della punta San Marco, purtroppo la torre è in pessimo stato e sembra pericolante. La falesia su cui poggia è corrosa dal mare e dal vento, gli edifici vicini sono in rovina.

Mentre rifaccio il cammino all’indietro penso che questa meravigliosa isola merita le cure e le attenzioni del mondo. Il patrimonio incontaminato di Seu è un bene prezioso della costa del Sinis, deve essere tutelato e preservato non solo per il turismo, ma per trasmetterlo intatto ai nostri figli.

Sono tornata quasi all’inizio del percorso, ma scopro che ho preso un sentiero senza uscita che finisce davanti a un muro fitto di cespugli spinosi, tutto intorno una macchia invalicabile.

Ripenso alle parole di un vecchio amico e maestro di vita: > Può capitare a tutti di sbagliare, se ti succede torna sui tuoi passi e cerca di capire dove hai sbagliato, poi raddrizza la rotta <

Torno indietro fino a trovare il punto in cui ho imboccato il sentiero senza uscita, il percorso corretto mi conduce incolume al punto di partenza.

Il sole sta calando, la giornata volge al termine, ma sono troppo felice per tornare a casa.

Mi fermo a guardare il tramonto sul Sinis, dove ogni cosa brilla come la vita in questa giornata.


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