Terra di Maimoni

Tornata a Cabras e scaricati i bagagli da Giorgia, dove ormai sento profumo di casa, guardo le piantine aromatiche che ho piantato, sono cresciute con le cure della piccola Viola e profumano la bella terrazza sulla laguna.

Mi avvio senza indugio verso quella terra di Maimoni, che io, viaggiatrice di sempre nuovi orizzonti, bloccata qui dal lock down, ho cominciato ad amare appassionatamente.


La strada sterrata che conduce al mare attraversa un variegato paesaggio agreste che ho visto mutare aspetto con lo scorrere delle stagioni e del lavoro contadino.

A maggio, lo sguardo si perdeva nelle distese dei misteriosi fiori del Daucus Carota, che nascono come merletti delicati di una natura generosa di bellezza e diventano scrigni segreti, richiudendosi su stessi a fine fioritura.





I campi di carciofi carichi di frutti brillavano del rosso dei papaveri e le distese infinite di margherite gialle riempivano l'aria di primavera.




Dopo qualche giorno di assenza, quasi all’improvviso, una messe fitta di grano si levava dalla terra rossa verso il cielo e mi obbligava a fermare l’auto per contemplare il paesaggio e la mia emozione.



Terra è una parola dolce come la parola Madre, perché parla di fecondo, di nascita, di vita.

Grande Madre Terra.


Avevo abbandonato l'auto e mi inoltravo con attenzione tra le spighe. Il braccio allungato, le sentivo scorrere sotto la mano aperta. Poi mi sono abbassata per guardare il cielo attraverso di loro e ho scoperto un piccolo cuore tra le nuvole.



Il giorno dopo le spighe non c’erano più. Il giorno dopo ancora, sui campi rasi, ruote di paglia sparse come giocattoli abbandonati da un gigante bambino.



Il lavoro nei campi mi dà un’idea di continuità: la vita, la morte, la rinascita. Alimenta la speranza.

Attraversare questa terra mi ha sempre dato emozioni e oggi, finalmente, eccomi di nuovo qui, il verde della primavera ora ha preso i toni dell'oro e del marrone.



Mentre l’auto saltella su buche e pietre della strada sterrata, appare all’improvviso la striscia blu del mare, è lì che sono diretta.



La spiaggia di sabbia si stende lungo una costa ricca di vegetazione.

Costeggio la macchia che come in tutto l’Oristanese, ha un profumo diverso a seconda della stagione e della fioritura.



Così si alternano il finocchietto selvatico al mirto, la melissa alla lavanda selvatica.

Quando le foglie grigio argento dell’assenzio si riempiono di capolini gialli, l’aroma si fa ancora più forte e nei giorni caldi stordisce un po’.



L’elicriso invece non si fa notare fino a quando dai piccoli cespugli esplode il profumo intenso dei fiori. Li raccolgo per farne un tè insieme alla menta e allo zenzero.


Le sfumature infinite dei colori riempiono gli occhi e le forme raccontano l’esperienza della vita su questo pianeta.




Mi avvio verso la spiaggia lungo la passerella di legno, le nuvole sembrano una ghirlanda appoggiata lì da una mano soprannaturale.




Qualche giorno fa un uomo appena conosciuto mi ha chiesto > Perché ti piace qui? <

Ho risposto di getto, senza pensare

> Perché il cielo è mutevole. <

E’ proprio così, amo i cieli mutevoli come me, amo il cielo di Cabras che alla fine della giornata regala sempre un po’ di rosso tramonto, quando non esplode invece in un incendio aereo.

Amo il vento, che qui è sempre presente e la mutevolezza delle nuvole che con la loro ombra in movimento cambiano il paesaggio.


E amo soprattutto l’incanto e la trasparenza di questi blu, turchesi, azzurri e verdi, incorniciati da una sabbia bianca sottile.



Mi perdo nelle microscopiche chele di un granchietto o nell’andatura di un gabbiano atterrato poco lontano. Poi, respirando la brezza marina, galleggio ad occhi chiusi nell’abbraccio di questo mare cristallino.

Oggi immergendomi nel turchese ho visto occhiate, saraghi e mormore nuotare insieme, ho seguito un pesce che non avevo mai visto prima, una piccola razza che si spostava in tutta fretta sfiorando la sabbia.


Grande Madre Mare.



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