Il meltemi audace alza le gonne

Paleochora, la sposa del mar libico, come la chiamano qui, è tutta un fremito nel vento del nord che si insinua tra le montagne e ne invade ogni angolo. Le palme agitano le fronde verso il cielo come lunghe braccia che chiedono pietà. Nei giardini, i grandi cespugli scarlatti di bouganville ardono come fiamme, lanciando nell’aria scintille di piccoli fiori, le mani ondeggianti delle bignonie offrono corolle rosa al vento perché si plachi.

Cammino nei vicoli stretti, il meltemi audace alza le gonne sulle mutandine delle studentesse che passano ridendo e strappa i panni stesi ad asciugare; una donna rincorre dei pantaloni che stanno prendendo il volo scalciando come gambe impazzite.

Sul lungomare i vecchi del luogo e pochi sparuti turisti siedono immobili osservando il mare sferzato dal vento; un ragazzino in posa davanti all’obiettivo della mamma, le braccia aperte come ha insegnato Titanic nella scena più amata, nel momento del clic, lancia un urlo, il vento gli ha portato via il cappellino che ora galleggia lontano sulle onde. Una foto perfetta.

Mi dirigo verso l’altra parte dell’istmo che separa la spiaggia sassosa da quella sabbiosa; giorni fa spirava il vento dall’Africa, il mare era calmo da una parte e mosso dall’altra.

Il monastero non è lontano, lo raggiungo, è ricco di ori e di iconografie di santi.




Fotografo un piccolo dipinto di San Giorgio e il drago e uscendo, incrocio lo sguardo di un monaco seduto al riparo accanto all’entrata e a una bandiera greca svolazzante, sopra la sua testa l’intreccio delle croci della cupola e della bifora alle sue spalle.

Il vento agita i cartelli “Rooms” appesi ovunque che sbattono contro i muri aggiungendo percussioni al sibilo possente. Di fronte alla taverna vegetariana la cuoca sta raccogliendo delle erbe da una fila di vasi assiepati, un gatto grasso la segue strofinandosi sulle sue gambe.

La grande spiaggia è deserta, il vento spinge l’acqua in diagonale con ondine veloci bordate da riccioli di schiuma bianca; brillano come monili d’oro quando attraversano la striscia di luce che il sole crea sull’acqua. Occupo uno dei tanti lettini disertati malgrado l’ampio telo anti vento. Finalmente sta arrivando settembre e di nuovo il tempo della quiete in questa Creta calpestata in agosto da milioni di turisti.

Il mare a pochi metri da me è effervescente ed invitante, ma sono uscita per fotografare il vento e non ho né costume né asciugamano. Il pensiero dura solo un attimo, mi sto già spogliando e correndo verso l’acqua. Che meraviglia! Spruzzi leggeri e giocosi solleticano la pelle, l’acqua è fresca e il vento caldo scompiglia i miei capelli corti, che sento come antennine verso l’infinito. Il corpo immerso nel mar libico, la testa nell’universo, metà umana e metà aliena, accetto di essere profuga in questa terra dove la parola libertà ha ancora un senso. Mi asciugo al vento, una donna passa lanciandomi un’occhiata sorpresa ma non riprovevole.

Ho intravisto una taverna in alto sulla scogliera, alla fine della spiaggia, ci arrivo attraverso un boschetto di alberi sulla sabbia dove alcune chaises longues fanno pensare a un salottino perfetto nei giorni di sole.

Una parte della terrazza è riparata da teli di plastica trasparente, io però non rinuncio al mio rapporto con il vento e il tramonto da qui si preannuncia spettacolare. Giusto un’occhiata agli altri tavoli alle mie spalle, dove le dinamiche sociali si srotolano come sempre, una coppia in piedi davanti a un tavolo saluta degli anziani seduti e si allontana, ai sorrisi di commiato seguono pettegolezzi confabulati a testa china sul tavolo. Non lontano, un uomo anziano chiacchiera con una giovane donna che gli siede accanto, la cui bellezza sembra fuori posto in quella audience di persone comuni.

Intanto il mare si rafforza, la terrazza ventosa sembra prendere il volo da un momento

all’altro, domani la mia nave per Gavdos non partirà, ancora una volta il meltemi mi impedisce di raggiungere quell’ isola-luogo-dimensione-mito che si trova nel punto più a sud dell’Europa e su cui le narrazioni discordanti hanno aumentato la mia voglia di andarci.

Lentamente l’orizzonte si riempie di un tramonto amaranto che infiamma le onde e le gote degli abitanti della terrazza. Tutti tacciono all’improvviso, non è solo carico di emozione questo silenzio, ma di una subitanea consapevolezza della vita. C’è qualcosa di struggente nei tramonti infuocati, la fine di qualcosa, come se la luce facesse un ultimo regalo per farsi perdonare di abbandonarci all’oscurità.



Anche il grande cedro al centro della terrazza, il cui tronco è massiccio come l'albero di una barca a vela e si allarga in tre fusti frondosi, ha l’aria di voler trattenere con i rami protesi, quella volta vermiglia, perché dal suo posto privilegiato di sentinella ha imparato da tempo che l’animo umano, nei rossi del tramonto, si ammorbidisce e perde la sua arroganza. Non c’è da stupirsi, si sa che i cedri del sale, chiamati tamerici dai poeti, sono sempre stati considerati alberi magici.

E' quasi mezzanotte mentre mi incammino verso casa, i tavolini all'aperto degli innumerevoli locali sono affollati, nei negozi ancora aperti, sono le donne a tagliare i capelli agli uomini e a gestire i taxi della piccola città.



Domani incontrerò M., il mio ospite, un ragazzo appena laureato che ha deciso di fare l’agricoltore. La sua ospitalità generosa mi ha fatto trovare il frigorifero pieno di frutta e verdura della sua campagna e naturalmente l’immancabile bottiglietta di raki. Sono curiosa di visitare la fattoria ma soprattutto di sapere come è nato il suo desiderio di ritornare a lavorare la terra dei suoi nonni.

Il viaggio continua.


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