Feldkirch appare subito graziosa


Sul treno che mi porta dal Tirolo all’estremo confine occidente, sono seduta davanti a due piccoli passeggeri, l'orsetta dorme e lui mi guarda con un'aria severa. La carrozza dedicata alle famiglie, dove sono finita, mi sembra un’ottima iniziativa, anche se vedo un paio di ragazze scapparne inorridite. Ovunque bambini di tutte le età, i più piccoli in braccio alle mamme, gli altri seduti sui gradini creati in un angolo del treno, con un monitor che trasmette ininterrottamente cartoni animati e piccole storie piuttosto sciocche, protagonisti bambini che saltano e cantano. Contenuti che affollano le tv per ragazzi di tutta Europa, ma non per questo interessanti o educativi. Io proporrei piuttosto di dare spazio al racconto se pur semplice, della natura in tutte le sue forme, piccole cose semplici e magari raccontate in maniera divertente, per iniziare a formare, sin da piccoli, la consapevolezza dell’ambiente naturale in cui viviamo.

La giovane mamma accanto a me sbaciucchia il suo bambino che la ricambia con dei gridolini; guardarli mi riempie di una gioia commossa e il flash back delle mie figlie piccole acuisce la loro lontananza e la mancanza di quel contatto fisico che c’è stato tra noi, fino a quando sono diventate grandi. Penso che nella nostra civiltà il potere degli abbracci sia molto sottovalutato, si dovrebbe dedicare almeno un giorno all'anno, a una Festa degli Abbracci.



Feldkirch appare subito come una città graziosa con il piccolo centro medioevale, l’imponente castello e la cattedrale gotica. Mi inoltro nell’affollatissimo mercatino di Natale, dove i profumi di gulash, caldarroste, vino caldo e formaggio fuso si mescolano allegramente, come la gente variegata che straripa dalla strada principale nelle viuzze laterali. Su una giostrina antica girano cigni e cavallini che entusiasmano i piccoli, tranne quelli che strillano perché non vogliono più andare via. Mi inebrio di questo spirito natalizio che sembra più vero qui e mi riporta all'infanzia.



Si respira un’aria diversa dal resto dell’Austria che conosco, sarà perché i confini della regione del Vorarlberg con la Svizzera e il Lichtenstein sono molto vicini; addirittura in passato, la gente di questa regione ha votato un referendum per diventare svizzera, poi la Svizzera non accettò per evitare conflitti con l’Austria.


Il primo impatto, a cominciare dai fiori meravigliosi che la mia ospite mi ha fatto trovare in camera, è di trovarmi in un luogo dove la gentilezza e il rispetto per gli altri esistono ancora.

Le persone sono molto disponibili , i tassisti onesti e cordiali.

Nel solito Spaar, il supermercato che in Austria è un’istituzione, se chiedi a qualcuno dove si trova qualcosa, non solo parlano quasi tutti in inglese, ma ti accompagnano fino allo scaffale dove si trova quello che cerchi.

Mi allontano dalla folla rumorosa del mercatino di Marktgasse per ritrovare un po’ di silenzio; nelle stradine storiche, i portici e le belle case affrescate in fila una accanto all’altra, sono testimoni di un’epoca in cui la borghesia illuminata di questa città ne fece un centro d’attrazione per artisti e letterati.



Vorrei arrivare alla cattedrale che ho visto al mio arrivo e procedo seguendo l’istinto, ma a un certo punto, mi giro verso la prima persona che ma passa accanto, per chiedere indicazioni.

E’ una ragazza, anche lei la sta cercando, è appena arrivata come me a Feldkirch.

Dà un’occhiata al solito google map, mentre io mi chiedo come facevamo quando non esisteva, e procediamo insieme verso la nostra destinazione. Mi dice di essere polacca, che lavora da poco in Lichtenstein, ha degli occhi acuti e intelligenti.

La cattedrale è chiusa e poco illuminata, ritorniamo nel mercatino che si sta svuotando e decidiamo di bere qualcosa insieme. Ecco di nuovo uno dei momenti che amo di più del viaggiare, seduta con una persona conosciuta per caso, a chiacchierare con la spontaneità e la leggerezza, che solo alcune persone sanno fare.

Il lavoro, la famiglia, la figlia Olga, la sua concezione della vita, la mia visione delle cose. Basta così poco per guardarsi dentro, per conoscersi, qualche volta per riconoscersi.

Al tavolino del bar dove ci siamo fermate, A. mi dice > Io credo che bisogna avere un ideale e perseguirlo con forza, si possono fare errori, ma nel momento in cui se ne acquisisce la consapevolezza, bisogna impegnarsi per cambiare. Quando è nata la mia bambina e io la guardavo crescere e somigliare così tanto a me, ho pensato che non volevo darle un modello sbagliato, che dovevo lavorare su me stessa e dovevo farlo per me e per lei. Intorno a queste parole si muove una folla colorata e allegra, rifletto su quanto la maternità porti a nuove consapevolezze, è stato così anche per me.

A. aggiunge < Quello che è importante, anche se non è facile, è conservare dentro di sé, sempre, una visione positiva della vita perché in questo modo puoi seminare intorno a te cose belle <

L’ascolto in silenzio, siamo sedute fuori e il gelo sta calando insieme alla notte, ma rimango immobile ad ascoltarla, questo è il messaggio che dovevo incontrare, e che messaggio.

Con Anna ci diamo appuntamento in Lichtenstein nei prossimi giorni, dove lei dice che nessuno cammina a piedi e per questo sembra un deserto.


Se siete infreddoliti e volete bere un vin brulé, chiedete un Klugewein e vi arriverà un buon vino rosso caldo speziato al punto giusto. Se poi volete scoprire un’ottima cucina non perdetevi il Dogana, in quell’angolo di Feldkirch dove, alzando lo sguardo, si vede l’imponente fortezza medioevale di Schattenburg. Meglio prenotare, perchè il ristorante è sempre affollato, altrimenti potete mangiare nel bar, che io preferisco, perchè il via vai di gente è continuo fino a tardi.

La qualità di ogni piatto e bevanda è eccelsa e i camerieri estremamente gentili.


In generale, a Feldkirch, la vita è piuttosto costosa; sarà forse l’influenza del vicino Lichtenstein, il terzo paese più ricco del mondo, dove però, si trovano anche case private che offrono ospitalità a costi abbordabili.

La domenica sera capito al Rio, un palazzo di due piani sulla Marketstrasse, è l’unico aperto. Quando sono già seduta al mio tavolo, sopraffatto da una comitiva di studentesse, mi rendo conto, guardando il menù, che è un ristorante italiano. Inorridita all’idea di mangiare italiano in Austria, ordino il meno peggio, una pizza vegetariana con bufala. Mi alzo per far sapere al pizzaiolo che sono italiana, contando su un trattamento di favore. Quando arriva la mia pizza in un trionfo di soffice burrata e cascata di verdure, dal tavolo delle ragazze si alza un’esclamazione di meraviglia. Addento l'ottima pizza, fingendo di non sentire, nella mente passa veloce un po' di orgoglio patriottico

> Ragazze, siamo italiani, la pizza è nata nel sole e nel calore umano di Napoli <

Intanto i tavoli si riempiono, si svuotano e si riempiono di nuovo.

Il pizzaiolo, concentratissimo, sforna decine di pizze senza sosta; un uomo, che sembra italiano, gira tra i tavoli con un'attitudine quasi sacerdotale, cospargendo di parmigiano e, si direbbe, della propria preziosa presenza, le pizze dei commensali, al settimo cielo.

Uscendo, lo incrocio e mi saluta con una deferenza d'altri tempi, gli dico che la pizza era buona, mi risponde che la prossima volta devo assaggiare la pasta fatta in casa. Scopro che parla bene italiano, che gli chef sono austriaci e i pizzaioli italiani.

Gli faccio i complimenti per il successo evidente del suo ristorante, immagino che la proprietà sia italiana. Il proprietario invece è proprio lui, si presenta, Rinaldo, stiamo uscendo entrambi, mi racconta dell'altro locale che possiede nella stessa strada e ci salutiamo fuori dal ristorante. Poco più in là, il pizzaiolo fuma una sigaretta con l’aria sfinita, mi fermo un attimo a chiacchierare, è romano e quando gli dico che ho notato che il forno è elettrico e che potrebbe essere a legna, con tutta la legna che hanno lì, mi risponde che non ce la farebbe a fare 800 pizze come ha fatto la sera prima. Quanti italiani fanno grande il mondo con la loro arte e con il loro lavoro.

Prima di accomiatarci mi chiede se ho visto il cinema che c’è all’ultimo piano del palazzo.

E’ davvero una bella scoperta, nel piccolo salotto di poltrone di velluto rosso dove lo schermo non è grande ma più che sufficiente alla visione, stanno proiettando un documentario sulla vita; così mi dicono i due ragazzi della biglietteria, lei potrebbe essere la protagonista di un film underground, sono simpatici, si chiacchiera un po’ dei titoli in programma, tutti i film stranieri hanno i sottotitoli. Alla prossima allora, tornerò di sicuro.


Sono uscita per camminare nel bosco oltre la ferrovia, ma arrivata sulla strada, l’autobus per il centro si ferma proprio davanti a me, naturalmente seguo il suggerimento del destino e cambio destinazione. Scendo proprio davanti ad una delle cinque torri della città che una volta delineavano le mura di cinta. Seguo il rumore del fiume Ill e mi fermo a guardare l’acqua che arriva dalle chiuse e scorre tranquilla tra i rossi e i gialli del bosco. Sul balcone di una casa sulla riva, una donna con grandi occhiali neri siede immobile fissando l’orizzonte. La fotografo da lontano senza farmi notare, poi mi avvicino e scopro che è un manichino. Riprendo la mia passeggiata chiedendomi il senso di quella installazione, un uomo mi si ferma davanti e fa un lungo e animato discorso in tedesco. Non parla inglese, ma riesce a farmi capire che quella che ho fotografato è casa sua. Non sembra arrabbiato, per cui gli dico una delle poche parole che compongono il mio tedesco primitivo: > Warum? < Mi fa capire che una volta sono entrati dei ladri dal balcone, ma che da quando ha messo il manichino non è più successo. Ridiamo insieme, riprendo il mio giro, destinazione ignota.



Un diavoletto mi attraversa la strada, corre guardando il palloncino a forma di elicottero, che si schianta sulla mia faccia. La madre lo ferma e lo redarguisce, molto seria, il padre viene a scusarsi con me, io sorrido al piccolo, non è successo niente. Un avvenimento irrilevante che però mi colpisce, perché di fronte alla maleducazione, arroganza e ingestibilità della maggior parte dei bambini italiani che incontro, l’educazione dei giovani qui, compresi gli adolescenti, è lodevole.


Sta calando il buio, una luce filtra, insieme a un canto, dal portone semiaperto di una chiesa gotica e mi attrae all’interno. Poca gente in piedi, in uno spazio modesto, davanti ad una parete una donna di spalle alterna delle preghiere, in una lingua che sembra russo, al canto a cui partecipano tutti i presenti. E’ una chiesa semplice m il momento è carico di misticismo; più tardi mi diranno che si chiama Frauenkirche, oggi, una chiesa serbo-ortodossa. Al centro tre immagini sacre, una Madonna con bambino, Gesù e un magnifico angelo che sostiene con la mano sinistra una bilancia e con la destra una spada. E’ sicuramente l’arcangelo Michele, che armato di spada o di lancia, spesso vestito come un guerriero, appare in molte opere d’arte del medioevo e del rinascimento, mentre sconfigge un mostro o un demonio. E' anche colui che pesa le anime e per questo qualche volta viene raffigurato con una bilancia in mano. Gli angeli mi affascinano, mi ha sempre colpito il fatto che i miei arcangeli preferiti, Michele e Gabriele, siano presenti in molte religioni, Cristianesimo, Ebraismo e Islam. La rappresentazione di Gabriele che è impressa nella mia mente, è l’Annunciazione di Leonardo da Vinci, da contemplare almeno una volta nella Galleria degli Uffizi, a Firenze.


E' sabato notte, mi avvio verso la stazione dei taxi, spero di trovarne uno, le strade del mercatino dell’Avvento si sono svuotate e ora si sta compiendo il rito dello smontaggio dei banchetti.

Da una parte una donna incarta con pazienza, uno ad uno, decine di angioletti e altre figurine di legno, dall’altra, un uomo trasporta a fatica un fascio di stanghe di ferro, un lavoro che appare mastodontico e che viene fatto alla fine di ogni mercato. L'atmosfera però non è pesante, anzi ho la sensazione che oltre che per il guadagno, “fare il mercato” sia una passione e l'occasione per vivere socialità e amicizie.

Mi accorgo di un forte odore di stalla che aleggia nell’aria, di giorno non si sentiva, eppure qui non ho ancora visto nessuna stalla, nei paesi del Tirolo invece, sono numerose le stalle con i grandi portoni decorati dalle foto delle mucche e dai trofei che hanno vinto.

Un rumore assordante sovrasta le chiacchiere, il passaggio di una macchina per la pulizia delle strade zittisce tutti, qui sulla pulizia non si scherza, un’ora dopo la fine del mercato è già tutto pulito e impeccabile.


E’ solo quando arrivo al taxi, mentre sto per salire, che scatta l’atroce consapevolezza:

il mio telefono è scarico e non mi ricordo l’indirizzo della casa che mi ospita. Decido di prendere un bus, conosco la fermata e da lì so come arrivare, mi guardo intorno, si avvicina una giovane coppia, chiedo in inglese, qui lo parlano tutti, a che ora arriva il bus numero 5, ma la risposta è che ormai non passa più.

Spiego ai ragazzi il mio problema, sto pensando che l’unica cosa da fare, sia di andare a cercare la casa con un taxi che faccia il tragitto del bus, invece Manuel e Magdalena, questi sono i loro nomi, si offrono di accompagnarmi in macchina. Fantastico.

Purtroppo non è facile, gira e rigira, su e giù, finalmente troviamo la casa.

Meravigliosa Feldkirch, non credo che avrei trovato tanta disponibilità in nessun’altra parte dell’Austria.


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