La percezione di un verde avvolgente


Assente, nell’ombra che mi nasconde, lo sguardo fisso sui denti di roccia rossa, ho solo la percezione sfumata di un verde avvolgente, la Val di Fassa.

L’uomo che guida la jeep, sicuramente uno gnomo per statura e bontà che traspare dagli occhi, mi distoglie da quello stato d’animo, indicando la montagna sopra di noi, ricoperta da uno strato compatto di alberi abbattuti dal tornado dell’autunno scorso.

> Sono milioni < dice > spazzati via in poche ore. Stanno cercando di toglierli gli austriaci, perché qui non ci sono più boscaioli < Lo guardo sbalordita. > Ormai qui è tutto turismo < aggiunge > non ci sono più boscaioli esperti, con le attrezzature giuste per fare questo lavoro. E’ pericoloso. Ci sono già stati dieci morti, tutti dell’est, perché la manovalanza degli austriaci viene dall’est <


La strada sterrata si inerpica verso la Val Duron, ovunque intorno a noi, il disastro.

Sul sentiero scosceso che la jeep percorre traballando, la gente arriva con ogni mezzo per ascoltare uno dei concerti delle Dolomiti, protagonisti Avital e il suo mandolino, Sollima e il suo violoncello.

In attesa che cominci, seduta a un grande tavolo di legno del rifugio, sopporto a fatica la conversazione di tre turisti appena arrivati, parlano di dinamiche di lavoro e delle risposte preconfezionate che bisogna avere sempre pronte. Le gabbie cittadine trasportate anche in questo contesto di luce e purezza mi intristiscono, indosso in fretta gli auricolari, Bach, il musicista più zen di tutti i tempi, mi consola ed esalta. Intorno, le montagne incoronano la valle e il pubblico che si infittisce sempre più. Ho dimenticato l’ombrellino che porto sempre con me in quest’estate incandescente, ma una donna che serve nel rifugio me ne trova subito uno, sono pronta per il concerto. Una piccola folla si sta radunando sull’ampio prato dove sono già installati gli amplificatori e una piccola regia.



Sarà l’abitudine, ma è proprio lì che mi dirigo e mentre sto riflettendo sulla posizione da occupare, un ragazzo seduto poco più in là mi dice > Si sieda lì, è proprio centrale rispetto alle casse < Ringrazio l’ennesimo angelo che trovo sul mio cammino e mi sdraio sotto il prezioso ombrellino, su uno scialle che porto sempre nello zaino, Così, gli occhi al cielo e alle nuvole in movimento, nella musica che risuona fino alle cime, benedico il meraviglioso regalo di questa giornata. Ogni tanto, mi alzo a girare qualche video, per condividere con gli amici la bellezza che sto vivendo; lì in mezzo alla poesia dei suoni e della valle, ce n’è davvero tanta.



Poco più in là, un ragazzino sdraiato come me sul prato, guarda un insetto che si è poggiato sul suo ginocchio e lo allontana con un gesto pieno di delicatezza.

La stessa delicatezza delle ballate di Avital a cui risponde il violoncello di Sollima, il pubblico sembra in trance pervaso dall’emozione che trasmettono le voci dei due strumenti e incurante del sole incandescente.

Il tema del concerto è il viaggio, così le incursioni musicali dei due si avventurano da Vivaldi a pezzi degli stessi autori, fino alle ballate, alle musiche popolari e ai componimenti sacri e profani che provengono da vari angoli di mondo e raccontano dell’umanità in cammino o in fuga.




Più tardi, emozionata, ritorno al rifugio per restituire l’ombrello, la donna che me l’ha prestato è seduta fuori, gli occhi persi in un orizzonte interiore. Appoggio l’ombrello sul tavolo, alza gli occhi verso di me, sono turbati, le chiedo se sta bene e la mia domanda fa scaturire dagli occhi azzurro cielo un fiotto di lacrime. Non so cosa fare, mi siedo in silenzio, poi sussurro > Mi dispiace, qualunque cosa sia <

Prende un fazzoletto dalla tasca, si asciuga gli occhi ma le lacrime continuano a scendere, inizia a parlare con una voce incerta > Dovevamo partire insieme per un viaggio, avevamo già comprato i biglietti <

Continuo a fissarla in attesa di capire > E’ stata una delle altre ragazze a contattarmi, controllava facebook, aveva dei sospetti, così abbiamo scoperto che aveva una morosa in ogni valle, ci viaggia per lavoro <

Su quello stesso tavolo dove poche ore prima si discuteva di pressioni aziendali ora le lacrime di questa donna senza nome creano una minuscola pozzanghera. Mi si contorce lo stomaco, spremendo una dose di livida rabbia per l’ennesima storia di un predatore non abbastanza furbo ma certamente gran mascalzone. Quando impareremo noi donne, così aperte all’amore, che bisogna guardarsi dalla moltitudine di narcisisti, vili, approfittatori, bugiardi e manipolatori che affollano il momento storico che stiamo vivendo, o forse l'hanno sempre affollato. ma la voce delle donne era impotente a farsi sentire..

Il sole sta calando dietro alla montagna, lei si è calmata, abbiamo anche riso di quell'uomo così meschino, ora devo prendere l’ultima jeep che mi riporta indietro.

Ci salutiamo con un abbraccio affettuoso, mi sussurra un grazie guardandomi negli occhi > Mi sento meglio, avevo bisogno di parlare <

Il cielo è ormai rosa e l’aria frizzante quando ritorno a Capitello di Fassa.


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