Camminare in libertà

Troppi echi di parole in eccesso giungono dal mondo e affollano le mie orecchie, è tempo di fuggire in cerca di vuoto e di silenzio.


Da Arbatax mi dirigo verso nord, abbandono la costa e risalgo all’interno della regione. Anche la signorina Gipiesse, voce petulante del navigatore, è stata messa a tacere, oggi più che mai mi affido all’istinto per trovare un luogo remoto dove camminare in libertà.

Al bivio di Talana proseguo dritto, non so dove arriverò, ma questo è il bello.

Sto attraversando un territorio dove i sugheri sono protagonisti e lungo la strada appare un albero che sembra aprire il ventre alla nascita di un Alien. Eppure non sembra malato, mi fermo per guardarlo da vicino, gli alberi non smettono mai di stupirmi.



In alto, sovrastato da una montagna rocciosa, un borgo. Quanta ricchezza in questa Ogliastra dove a trenta chilometri dalla costa puoi atterrare su un altro pianeta dal nome appuntito: Urzulei.


I.D.R.

Il paese è deserto e assopito nel sonnellino pomeridiano, proseguo fino ad una strada sterrata che si apre verso le montagne.

Nel nulla che mi circonda, spicca un cancello affiancato da una pianta bellissima che non riconosco. Parcheggio mentre mi chiedo chi abbia costruito una villa in un luogo così solitario; il giardino sembra enorme e lussureggiante, mi piacerebbe visitarlo.



Mi incammino sulla strada bianca che diventa poi un sentiero appena accennato, mi arrampico sulle pietraie fino a un piccolo piano dove troneggiano due alberi carichi di frutta. La quantità di frutti accumulati per terra intorno al tronco fa pensare che nessuno se ne occupi.

Che piacere cogliere gli ultimi fichi zuccherosi e i primi cachi minuscoli, ancora sodi ma già dolcissimi. Lo scenario che circonda il mio piccolo eden solitario è emozionante, deve essere il Supramonte di Urzulei quello che all’orizzonte confronta le sue cime con il cielo in movimento. Le nuvole si spostano velocemente, il vento soffia forte lassù, qui invece regna la calma.


Un passo dietro l’altro fino a svuotare la mente, si cammina in leggerezza quando spalanchiamo la porta alla libertà. Gli echi ansiogeni della civiltà si dissolvono nell’energia guaritrice della natura; ora respiro, sento la vita scorrere dentro e intorno a me.



Hai ragione tu Leonida, che nella lettera appena arrivata dall'altra parte del mondo e del tempo scrivi : "Imparare a sentire è la grande scuola della natura". Chi può sentire più di te che vivi immerso nel cuore della foresta amazzonica.


Ritorno dove ho parcheggiato, una piccola auto è ferma davanti al cancello aperto. Chiamo più volte, mi risponde una voce lontana un po’ stizzita, chiedo se posso entrare.

Il giardino sale a gradoni verso l’alto della collina. I muri nascosti dalla vegetazione che sostengono il cancello sono in realtà lunghi pochi metri, non c’è nessuna casa in questo posto sorprendente.

Mi inoltro tra piante di tutti i tipi disposte in una bella composizione; la voce che mi ha detto di entrare appartiene a un uomo che appare un po’ stupito dalla mia presenza “aliena” in quel luogo così lontano da tutto. Sorregge un secchio colmo di meline minuscole che deve avere appena raccolto.



Camminiamo insieme, si chiama Mario e gli sono voluti trent’anni per realizzare il suo giardino. Passiamo in rassegna ogni pianta, mi dice i nomi di quelle che non conosco, sono arrivate qui da molte parti della Sardegna ma non solo. Le mele cotogne sono grandi e pronte per essere raccolte, la bella pianta sconosciuta accanto al cancello si chiama Platina Mora.

Chiacchieriamo di questo territorio, della vita a Urzulei, delle montagne tutte intorno, quella cima alta laggiù è il monte Usulei.



Ci accomuna la stessa passione per le piante e l’istinto non poteva che portarmi qui, nel piccolo regno di un giardiniere appassionato. Alla fine mi accorgo di avere scattato pochissime foto, troppo presa a guardare, ma ritornerò ancora, un’altra volta.

E’ quello che dico a Mario mentre ci salutiamo.


Riparto in cerca di un posto dove appoggiare i piedi al cruscotto e chiudere gli occhi per un po’.

Li riapro sul paesaggio aspro di rocce che parla del mondo dei pastori, poco lontano tre caprette mi guardano attente.



Mi avvicino lentamente, il silenzio è assoluto e noi quattro sembriamo gli unici abitanti del pianeta. Mi fissano e io, nel tentativo di comunicare con loro in qualche modo, improvviso una canzoncina che risuona nel vuoto; malgrado le scarse qualità canore, sembrano ascoltarmi con curiosità, immobili, le oreccchie tese. Sono sicura che la mia voce trasmetta quello che sono molto più di qualsiasi parola.


Inestimabile Libertà.

Di cantare a squarciagola, di sonnecchiare dentro un’auto, di cogliere la frutta dagli alberi, di vagabondare senza meta e senza limiti di tempo, come se non dovessi più fare ritorno.

Non ho paura di cercare questa libertà nella natura ovunque mi trovi, perché vivere il momento, senza timori e aspettative, senza passato e senza futuro, mi fa sentire pienamente felice e in armonia con l'universo.


All’orizzonte il sole sta scendendo e promette un tramonto spettacolare, riprendo la strada verso casa e man mano che mi riavvicino alla costa il paesaggio cambia e si fa più dolce.



La luce infiamma le rocce, i fichi d'india carichi di frutti appaiono il simbolo dell'abbondanza dell'Ogliastra, questo lembo di terra sarda dove l'estate si trascina ancora, mollemente, in un ottobre caldo e soleggiato.




Lungo la strada verso casa molti olivi sono circondati da gruppi di persone che stendono teli tutto intorno agli alberi. Questo è il momento in cui ogni famiglia si prepara alla raccolta delle olive e dell'uva, nei negozi appaiono frutti insoliti che crescono solo qui e i piccoli commercianti dicono con fierezza: "Quello che vendo è coltivato qui.. è allevato qui."


Un'ultima occhiata al mondo selvaggio e silenzioso che ho appena lasciato, lassù il cielo offre il gran finale di una giornata perfetta su cui tra poco calerà la notte.


Perdere il mondo per ritrovare se stessi.

Henry David Thoreau


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