Una striscia abbagliante

Un bisogno impellente di prendere le distanze da troppe parole, svuotare la mente dal contagio virale e umano, ritrovare il vuoto.

Cammino tra il bianco e il blu della mia spiaggia preferita, Mari Ermi, in quel tratto che costeggia lo stagno fino a Portu S'Uedda.

Guardo l'acqua cristallina dove il vento muove le gradazioni di azzurri e turchesi, che rendono quest' isola famosa nel mondo.



Da lontano, una ragazza cammina verso di me, ogni tanto si ferma a fotografare; siamo le uniche presenze su questa spiaggia che sembra senza orizzonte. Quando si avvicina, un sorriso e qualche parola bastano per capire che Enrica è una ragazza solare, che approfitta di ogni pausa dal lavoro, per scappare qui, a respirare questa libertà.

Mi porge qualcosa > Tieni, te lo regalo <

Sembra una minuscola conchiglia che ricorda vagamente un occhio.

> E' l'Occhio di Santa Lucia, ti porterà fortuna <

Mi manda anche, sul telefonino, una foto che mi ha fatto poco fa, ci salutiamo, forse ci vedremo stasera a un concerto al Link Café.


Ricordo bene quando per caso sono arrivata qui per la prima volta, tutto ha avuto inizio da quella fuga dal maestrale che imperversava su Is Arrutas.



Is Arrutas appare più piccola e modesta di quello che ricordavo, due moderne barakas la fronteggiano imponenti; il maestrale ha messo in fuga turisti sparuti e motociclisti.

Mentre osservo le onde rivedo in un flash back, Bageera che nuotava accanto a me per raggiungere la spiaggia vicina, vuota di persone. Che sintonia tra noi in quelle fughe marine, magnifico adorato cane dalla maschera umana.

Riparto da Is Arrutas imboccando una strada sterrata che ignoro dove conduca, ma questo è il bello. Ho visto che la costa continua verso nord con una scogliera molto alta e spero di trovare un ridosso al vento.



Alla mia destra scorrono campi infiniti di margherite gialle, papaveri e steli. I corvi giocano con il vento, cadendo in picchiata a sfiorare le corolle. Caro Vincent, ti penso, guardo con i tuoi occhi questi voli.



La strada è impervia, le buche e i dossi fanno traballare la mia utilitaria, benedico la costosissima "super relax" che mi permette di rischiare gli ammortizzatori su strade sterrate, perchè sono sempre quelle che portano ai luoghi più speciali.

All’improvviso, infatti, appare una striscia abbagliante all’orizzonte.




Man mano che mi avvicino, metto a fuoco la distesa di uno stagno, dietro cui si allunga un’immensa duna di sabbia bianca. Nell'acqua, alcuni fenicotteri si chiamano e si rispondono con versi simili a quelli delle foche; sopra le loro teste, al di là della duna, volteggia un kite.






Un luogo solitario dal fascino selvaggio che toglie il fiato, inizio a fotografare; non lontano da me, un altro fotografo, ben più attrezzato del mio telefonino, mi lancia uno sguardo d’intesa, anche la donna che è con lui sorride. Sappiamo tutti e tre di essere finiti in un paradiso e tra cacciatori di bellezza ci si capisce al volo.



Proseguo fino alla fine dello stagno e risalgo verso la duna, da lì si vedono bene i due specchi d'acqua separati dalla striscia di sabbia., due comunità che convivono così vicine.

II mare ribolle di onde increspate di bianco, sulla spiaggia, seduti tranquilli nel vento teso, un gruppo di kite e wind surfers si guardano l'un l'altro uscire ad affrontare il mare.



Quando riparto, proseguo per fare un’inversione di marcia e mi trovo in mezzo al piccolo villaggio dei surfers, fatto di mini caravan e furgoncini attrezzati a case viaggianti. Mi sporgo

dal finestrino verso una ragazza che passa con delle birre in mano

> E’ bellissimo qui! <

Mi risponde in inglese e con un gran sorriso mi invita a bere una birra con loro.

La seguo, anche se il vento sembra portarmi via. Sono tutte donne, le coraggiose che si avventurano tra le onde, poche parole per sapere che vengono dal nord Europa e sono accampate qui da due settimane. Nient'altro importa in questo mondo sospeso dove ti senti parte dell’universo.


Riprendo la strada sterrata, dalla mappa sembra si possa arrivare fino a S'Arena Scoada, lì mi aspetta l'ottima paranza di Renzo del Maestrale.







Dopo aver superato distese di margherite gialle, la strada si fa sempre più dura, sassi, buche profonde e soprattutto, procede vicinissima ai bordi delle falesie.

E' un po' che procedo, dovrei essere a Su Tingiosu, che in sardo significa Il Solitario; in effetti sono completamente sola, Google map non ha più campo qui e in alcuni punti posso vedere lo strapiombo dal finestrino, nessuna via d'uscita, devo continuare.



Il panorama è impressionante, la roccia modellata dal maestrale è alta almeno 30 metri, con stratificazioni orizzontali di arenaria; è una costa friabile e non dà molta sicurezza passarci così vicino. Mi hanno detto che con questa arenaria è stato costruito il borgo di Putzu Idu, Lo spettacolo dei suoi colori, di quelli dell' acqua e i voli di centinaia di cormorani che abitano le falesie, mi incantano.





Ritorno a questo giorno di febbraio.

Il ricordo si scioglie nel sole che si è fatto caldo. mi sono tolta le scarpe e sguazzo in questa pittura turchese; l'acqua non è affatto fredda.

La sabbia è un microcosmo di quarzi che sembrano riso e minutissime conchiglie di tutte le forme. Sono sola, felice e ubriaca di libertà.





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