__CONFINI__Glorenza

La strada verso l'Engadina è pervasa dagli esplosivi rossi e ocra dell'autunno, attraverso senza accorgermene il confine tra Austria e Italia. Non so ancora che questo viaggio sarà anche l’attraversamento di un confine metafisico tra istinto e consapevolezza. Una sorta di pellegrinaggio inconsapevole oltre i limiti della comprensione di me stessa e della vita.

La costante ricerca di strade nuove mi ha portato in questa parte del tutto sconosciuta dell’Alto Adige, l’Alta Val Venosta. La strada costeggia il grande lago di Resia, il suo famoso campanile che spunta dalle acque ora emerge da una piccola pozza; tutto il lago è in secca, colpa delle pochissime piogge di quest’anno. Me lo dice un bottegaio di Curon mentre affetta lentamente un Vinschger Paarl, il pane che si fa ancora come nel XIII secolo, aggiungendo cumino, trigonella e finocchio all’impasto di segale, frumento e farro.

Proseguo velocemente, la strada che ora si snoda in una piana, tra campi verdeggianti e robuste mucche pezzate. costeggia il laghetto di San Valentino alla Muta, Sankt Valentin auf der Haide, 1470 metri di altitudine, come dice il cartello. Mi fermo a comprare dell’acqua, la temperatura è mite, la ragazza del bar coglie il mio sguardo sul lago e mi dice che qui abbondano lucci e trote, penso all'amica Silvana, grande pescatrice, sarebbe felice in questo posto. D’inverno poi, il lago ghiaccia e ci si può camminare o pattinare sopra, qualcuno fa anche delle immersioni nel ghiaccio o ci scivola con lo snowkite.

Alzo lo sguardo sulle maestose cime del gruppo Ortles-Cevedale e annuso questo odore di lago misto a quello della montagna, ma c’é un altro profumo che stuzzica il naso, sì, è proprio polenta taragna. Qualcuno sta preparando la cena, il giorno volge al termine ed è bene che riparta, non so ancora dove dormirò.

All'improvviso la strada attraversa un piccolo borgo stupefacente, per un attimo penso di aver fatto un salto temporale; mi guardo intorno con lo stupore di un bambino davanti a un regalo inatteso.

Mi dico per l'ennesima volta, che bisogna sempre cercare nuove strade per trovare l'inaspettato, bisogna osare, spingersi oltre i confini, mettere in moto tutti i sensi verso la scoperta, il cambiamento, la libertà. Non sono proprio le emozioni a renderci vivi?

Il fascino di questo borgo tardo medioevale immerso nella luce del crepuscolo è talmente abbagliante che decido subito di fermarmi a dormire qui. La sapiente ospitalità dell'hotel Posta mi accoglie in un edificio del quindicesimo secolo che ha mantenuto anche all'interno spazi e atmosfere del tempo antico. E' stato proprio alla fine del 1400 che il borgo, raso al suolo durante una battaglia con i vicini svizzeri, è stato ricostruito dall'imperatore Massimiliano I d'Asburgo.

Dalla finestra della camera i tetti di Glorenza mi chiamano, é notte inoltrata quando esco a visitare il borgo.

Il silenzio è così profondo che mi sembra di sentire il battito del cuore, le emozioni si susseguono ad ogni angolo. Mi accompagnano solo i tocchi della campana e il suono del fiume, il vuoto di vita e di segni di modernità mi immergono completamente nel passato, sto camminando nel XVI secolo.

Viaggiare da soli vuol dire anche questo: vivere il silenzio. La mente si svuota di parole e trova uno stato di quiete, i sensi si acuiscono e inconsapevolmente si entra in unione profonda con quello che ci circonda. Abbandonarsi a questo flusso ci porta dove dobbiamo andare. Per scoprire, per incontrare, per ricevere o dare messaggi, per arrivare dove la vita ricomincia ad accadere.

E stanotte, davvero, la vita mostra che tutto ha un senso.

Mentre rientro al Posta alzo gli occhi su una cicogna che è stata appesa accanto all'insegna, oggi è nato il secondo nipotino della proprietaria e domani si festeggerà.


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Stamattina riparto, ma non senza ripercorrere Glorenza per vedere com’è sotto la luce del sole. Il borgo è pieno di vita e di faccende umane.

La visione onirica della notte è sostituita dal chiacchiericcio dei turisti e dalla concretezza delle difese murarie. Le mura con il cammino di ronda e le tre porte che ancora mostrano cardini e battenti originali, racchiudono e proteggono questo comune, il più piccolo dell'Alto Adige che si fregia del titolo di città.

Una città talmente minuscola che a Glorenza si dice: "La nostra città è così piccola che dobbiamo andare a messa fuori dalle mura"

Anch'io mi avvio verso l'esterno del borgo, attraverso i vicoli più nascosti dove appaiono segni di vita contadina e giardini solitari pervasi dal cinguettio dei passerotti.

Fino alla porta Tubre sulla riva dell'Adige, che apre la strada alla Chiesa Parrocchiale di San Pancrazio e alla campagna che circonda la città.

Ritorno in albergo per ripartire, nel bar c'è una piccola comunità festosa, entro un momento per curiosità: tutti parlano in tedesco davanti a boccali di birra, nessun turista. La proprietaria dà un po' di prosciutto al cane da caccia di un ospite, le conversazioni sono vivaci, il calore tra le persone è molto diverso dall'aria gentile ma un po' fredda con cui accolgono i visitatori, capisco che gli abitanti di questo piccolo borgo sopportino a fatica l'orda di turisti che invade in ogni stagione il loro mondo e cerchino di ignorarlo con aristocratico distacco.


Il viaggio continua, riparto ignara che i prossimi confini saranno una sfida da brivido.


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