Atterrata sul pianeta Shanti

E' ancora una cometa a trasportarmi lungo traiettorie inaspettate a calore umano e oblio.

Ad accogliermi nella camera spartana ma avvolgente di colori, un ragno nero, mi fissa enorme e minaccioso.

Lontano quel tempo acido a Firenze, quando capii che il ragno che vedevo nel pomello della tenda era la faccia di mio padre. Quante tele maschili pelose, polverose, nella mia vita.

A prima vista chiunque lo schiaccerebbe e via il problema, ma ho imparato che ogni più piccola forma di vita è pur sempre vita; mi preparo al peggio e accetto la convivenza.

Sdraiata sul letto al buio, tengo una piccola pila tra le mani e ogni tanto l’accendo per controllare l’ospite o probabilmente il padrone di casa.

L’ultima volta lo vedo trotterellare verso il soffitto e stavolta mi appare come un ragazzotto goffo, un po’ impaurito.




Il risveglio è colmo di gioia per il luogo dove mi trovo.

Mi inoltro nella foresta che si dispiega intorno con un soffice ovattato silenzio.

Incontro una piccola folla di rocce con cappellini di muschio, intorno a una roccia imponente, sembrano un grande oratore e la sua audience: la vita palpita intorno a me.

Il sentiero ci passa proprio in mezzo, mi defilo per non disturbare l’ascolto del piccolo assembramento. Più avanti ecco i grandi sassi_casa della foresta d'Aveto, se solo ti giri di colpo e guardi con la coda dell’occhio, riesci a vedere piccole porte_finestre che si aprono e richiudono in un battito di pietra.

Cammino oltre, sotto lo sguardo curioso di una comunità di felci, le rose selvatiche cercano di trattenermi, ma finalmente la radura si apre, seguo il suono dell’acqua.


Gioia e freschezza nel rifugio delle ninfe, sorrido mentre canticchio nuda sotto la cascata. Accanto ai miei piedi balena un rosso vitale, carne di pietra tra i vortici del ruscello.

Riprendo il cammino, sentendomi parte di quell'anima verde.









Mi perdo e come spesso accade quando ti smarrisci, un incontro felice: un antico castagno con il tronco a forma di elefante.

Mi hanno chiesto poi come ho fatto a trovarlo, ho risposto che era solo un messaggio che dovevo ricevere. è lui che mi ha chiamato.


Smarrita

Per ritrovarmi

Libero il silenzio

In acque leggere

Raccolgo il sussurro

Del castagno elefante


Vociare dalla cucina

Pianto di neonato

Voce che chiama

“Where is Gabriella?”

L'universo è semplice

Armonia degli opposti.


Un sentiero, una scalata, la fatica del corpo che ritrova se stesso e la sensazione di una sfida vittoriosa.






Non chiedo di nutrirmi di panelle.

Insignificante la rete di protezione

Non serve altro elemento che questo ponte

Tra l’oscurità della montagna e le tre sedie vuote davanti a me.

Alla fine del sentiero, un altro sentiero e così ancora

Solo i nomi cambiano.

Eh sì. Hai ragione tu

Scrivere

Distruggere

Nascondersi

Essere scoperta



Partiamo dal non definito, dal trascurabile, dal punto d’inizio della spirale.

Cerchi concentrici che si ripetono all'infinito come questa polka, gingle di una civiltà contadina che sapeva godere di quello che aveva. Modestia unita a dolcezza, votata a commozione. Buoni sentimenti intrisi di saggezza giungono con il vento dell’est, l’Emilia è dietro quella cima. Così permane l’asprezza ligure, ma diluita in profumi di gnocco fritto e salamelle.

La vita scorre in tondo questa sera di balera. Il tempo si attorciglia ad amplessi di anziani amanti. Chiocciole argentee muovono i corpi pesanti negli occhi dei bambini.

Ventri sincroni si strusciano impavidi dell’immagine, eroi dell’antiestetica. La morte che occhieggia dietro l’angolo è indifferente alla bellezza.

Mi tiro indietro di fronte al tuo collare e guinzaglio e antipulci, ma i miei occhi rispondono tacitamente ai tuoi.

Vortici energetici di generazioni calanti, una banda di Prato Sopra la Croce, Sagra di Ferragosto.



Ancora e ancora scrivo nel buio cose che non raccolgo.

Le parole sono righe d’ombra e cavi della luce.

Lame_sibili di vergogna mi tengono lontano da pascoli e plebei

Eppure fuoriesce uno spazio di attesa che coinvolge lo sguardo

Sono lame argentee, specchi riflessi in vortici di colori

Il mondo è stato anche così, opaco e un po’ sfuocato

Dove menti curiose spaziano da emozioni sature a freddezze parallele.

E ancora e ancora non chiedo di spostarmi dal punto d’arrivo,

Posso ondeggiare attraverso i salici, ma non trasformare il percorso.

Voci dal buio, davanti a me la montagna. La notte risuona di musica amica.

Voci, donne, cicale, tosse. Il venticello fresco.

Ripartiamo dalle campanelle

Suoneranno tutta la sera in questa luce arancio che si accende e si spegne continuamente.

Contraddizioni insperate nel gioco al massacro per la verità.

Quale delle tante?

Mi spingo oltre la nebbia che attraversa la strada salendo verso l’alto.


Isolati

Senza poter tornare sui nostri passi

Ci dirigevamo verso il lago

Presunto incontro con gli antagonisti

Tutto sembrava indicibile

Adamantino e irrisolto

Bianco e nero

Dicotomia malata, profanata da separazioni a sorpresa.

Coinvolgo le ultime luci intorno al mio finire

L’ora è tarda e al buio i sentieri nascosti brillano di luna.

La ragione si è persa in mille inganni.

L’utopia è pane quotidiano.

E l’incompiuto, il gesto.

Nelle pieghe del copriletto, nascosti tutti i segreti.



Incrocio umani_ombre di cui rimangono rade piccole tracce.

Amiamoci così, a piccoli baci rubati sugli angoli della bocca. Mi piace prenderti il viso tra le mani, cercare in fondo agli occhi dove ha inizio l'anima, sospendere la mente.

Lasciati amare senza parole dette. Amiamoci nell’incertezza del domani e del perché. Amiamoci senza volerci possedere, come un gioco di bambole di carta.

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